Durante lo sviluppo del bambino si possono incontrare momenti di difficoltà nel capire i motivi per cui reagisce in un certo modo e nel gestire questi comportamenti.
E’ normale farsi delle domande: “perché fa così?”, “stiamo sbagliando qualcosa?”, “cosa possiamo fare?”.
I genitori intuiscono che il proprio figlio è in difficoltà ad affrontare certe fasi della crescita e le strategie utilizzate sinora non funzionano più.
Rivolgersi uno psicologo esperto dell’età evolutiva permette di cogliere i segnali di disagio del bambino ed attivare un idoneo intervento di aiuto e di sostegno alla crescita.
La consulenza avviene attraverso alcuni colloqui con i genitori in cui insieme si inizia a mettere a fuoco il problema e capire il contesto di vita del bambino.
Negli incontri col bambino si utilizzano i canali di comunicazione ed espressione con cui naturalmente si esprime, quindi il gioco e il disegno.
Più il ragazzo è grande, più il colloquio diventa la modalità di scambio e incontro principale durante la consulenza.
In questa fase di conoscenza possono esserci momenti “più strutturati” in cui si propongono anche test per approfondire aspetti della personalità e del comportamento del bambino.
Al termine di questo percorso, i genitori sono invitati ad un colloquio “di restituzione” cioè un momento di confronto in cui si forniscono nuove chiavi di lettura e nuovi strumenti per capire il bambino e aiutarlo a superare un momento di difficoltà.
Durante la crescita le modalità con cui il bambino esprime sofferenza psicologica cambiano a seconda dell’evoluzione cognitiva ed affettiva. Nel bambino molto piccolo il malessere si esprime soprattutto nel e attraverso il corpo, manifestandosi in sintomi somatici oppure in regressioni dello sviluppo psicologico. La sintomatologia e gli indicatori di disagio divengono via via più “mentali” e meno somatici, interessando il comportamento, l’attenzione, l’umore, gli apprendimenti, la vita sociale e relazionale.
Il modo in cui il bambino esprime disagio psicologico dipende quindi da quanto è strutturato il suo sistema di difese psicologiche e questo è strettamente correlato allo sviluppo cognitivo ed affettivo. Avremo quindi che un nucleo depressivo nei primi tre anni di vita potrà esprimersi con pianto eccessivo, irritabilità, disturbi del sonno, calo dell’appetito, rallentamento o agitazione psicomotoria, ritardi o regressioni in vari ambiti dello sviluppo e un’ampia gamma di manifestazioni psicosomatiche (vomito, diarrea, dermatite, alopecia).
Tra i tre e i cinque anni potremmo osservare apatia, riduzione dell’interesse per il gioco, appiattimento dell’affettività, scarsa comunicazione verbale, tendenza all’evitamento sociale, comportamenti auto/etero aggressivi, contenuti del gioco che esprimono sentimenti e ideazione depressiva.
Nella seconda infanzia (6-10 anni) i bambini possiedono maggiori capacità di verbalizzare i loro stati d’animo ed esprimeranno sentimenti di perdita ed abbandono, isolamento sociale, difficoltà relazionali coi coetanei, difficoltà attentive e di concentrazione, facile stancabilità, ansia di separazione e fobia della scuola, disturbi comportamentali, calo del rendimento scolastico e disturbi psicosomatici. Nelle forme durature e croniche di depressione può esserci un impoverimento cognitivo conseguente al disinvestimento dell’apprendimento.

