Quando si parla di bullismo l’attenzione si concentra quasi sempre su ciò che accade a scuola: compagni, insegnanti, dinamiche di gruppo. Più raramente si guarda a ciò che avviene prima, nel contesto in cui si costruisce l’immagine di se stessi e degli altri: la famiglia.
Dire che “il primo bullo è in casa” è una frase forte, provocatoria. Non è sempre corretta, ma tocca un punto importante: le esperienze relazionali precoci influenzano profondamente il modo in cui ognuno vivrà le relazioni future, compreso il modo in si reagirà al bullismo.
Potremmo dire che le prime relazioni sono “la culla” dove nasce l’immagine di sè. Il bambino costruisce la propria identità attraverso lo sguardo degli adulti di riferimento: se viene visto, ascoltato e rispettato, svilupperà un senso di valore personale; viceversa se viene costantemente criticato, ignorato, svalutato, potrà interiorizzare una immagine fragile di sè. Questo processo è spesso silenzioso e invisibile, ma lascia tracce profonde.
Non si tratta solo di ciò che viene detto esplicitamente, ma anche di ciò che è comunicato attraverso toni, atteggiamenti, reazioni emotive.
Non è necessario che in famiglia ci siano comportamenti apertamente aggressivi perchè si creino queste difficoltà. Anche dinamiche più sottili possono incidere, quali ad esempio critiche costanti che minacciano la fiducia in sè, confronti svalutanti con fratelli o coetanei, mancanza di ascolto emotivo e invalidazione delle emozioni (“non è niente”, “stai esagerando”), ma anche aspettative troppo elevate che fanno sentire di non essere mai abbastanza.
In questi contesti il bambino può imparare che: il proprio valore dipende dal giudizio degli altri, che esprimersi è rischioso, che essere accettati richiede adattamento e sottomissione.
In che modo questo si collega al bullismo? Quando un bambino o un adolescente entra in un gruppo di pari, non parte da zero ma porta con sè una “mappa interna” di relazioni. Se questa mappa include una bassa autostima, difficoltà a porre limiti, paura del rifiuto, diventa più probabile che tolleri comportamenti aggressivi più a lungo, fatichi a chiedere aiuto, si adatti per non perdere il gruppo perchè ha appreso nel tempo che questo è il modo in cui funzionano le relazioni.
Allo stesso modo anche l’autore di episodi di bullismo e di comportamenti aggressivi ha una sua storia, che spesso affonda le sue radici nelle relazioni famigliari. Ad esempio modelli educativi basati sulla forza o su controllo, difficoltà nella gestione delle emozioni, scarsa esperienza di empatia nelle relazioni significative sono alcune delle delle condizioni che possiamo trovare in questi casi. L’aggressività può essere in modo per ottenere riconoscimento, affermare l’identità, gestire insicurezze.
Potremmo dire che il bullismo è la risultante dell’azione di molti fattori che rimandamo al ruolo della scuola e al gruppo dei pari, la famiglia “non è la causa” ma certe dinamiche possono aumentare la vulnerabilità di un ragazzo.
E’ altrettanto vero che la famiglia può essere una risorsa potentissima.
Un ambiente famigliare che accoglie le emozioni, favorisce il dialogo, sostiene l’autonomia, insegna il rispetto reciproco può aiutare ill bambino a riconoscere quando qualcosa non va, a chiedere aiuto e a sviluppare sicurezza e capacità di difesa.
In molti casi, è proprio la qualità della relazione famigliare a fare la differenza nell’esito delle esperienze di bullismo.
Il nodo centrale, più che gli eventi esterni, è la percezione di sè.
Il bullismo colpisce più in profondità quando trova terreno in una identità fragile, un senso di inadeguatezza e nella difficoltà a riconoscere il proprio valore.
Al contrario, una buona base di autostima può fungere da fattore protettivo, anche in contesti difficili.
Più che chiederci se il bullismo “inizia a casa” può essere più utile domandarsi che tipo di esperienza relazionale stiamo offrendo ai bambini e adolescenti.
Perchè è lì, nelle interazioni quotidiane che si costruisce la fiducia di sè, la capacità di stare nelle relazioni, il modo di affrontare il conflitto.
Il bullismo non nasce nel vuoto. Ma nemmeno si spiega con una sola causa.

